Settembre 2026. Il riassunto del mese
Come ogni mese procediamo a un riassunto delle recensioni e dei video pubblicati.
Nel mese di settembre 2026 abbiamo recensito 41 album e presentato 110 video.
Nel 2026 abbiamo recensito 330 ALBUM e presentato 1.019 VIDEO.
ALBUM
ARTEMISIA – Frammenti d’Anedonia
Nuovo album per la rock band, forte di venti anni di intensa attività, costantemente basata su un sound molto personale che fonde elementi hard, prog, metal, folk, dalle tinte oscure e gotiche, come ben evidenziano gli otto brani di Frammenti d’Anedonia. Un lavoro costruito attorno a figure femminili sospese tra mito, storia, arte e vissuto personale, unite da temi come dolore, resistenza. Il risultato è più che ottimo, in cui si avverte una maturità acquisita in lunghi anni di costante crescita. Arrangiamenti curati, composizioni di primissima qualità, grande capacità di maneggiare un ambito sonoro non facile.
AUT! – No Attitude
Il giovane one man band mantovano stupisce con un album duro, abrasivo, dalle impalcature sonore e ritmiche scheletriche, minimali, all’insegna della distorsione chitarristica. Scrive molto bene, guarda sia al primo punk che alla fase contemporaneo/successiva di band come Wire, Devo, Gang Of Four, arrivando fino ai Blur più ruvidi (lo stile chitarristico non disdegna riferimenti a quello di Graham Coxon) e ai Franz Ferdinand. Sarebbe stato un ottimo chitarrista per i B-52s. L’album è di grande pregio, originale e incisivo, dal vivo propone uno spettacolo eccellente.
BANDAKADABRA – Two
L’ensemble di fiati, dalla lunga carriera, ricca di soddisfazioni e riconoscimenti, firma il secondo album, in cui prosegue la ricerca, originalissima, all’interno della techno e dell’elettronica contemporanea, declinate con modalità originali e innovative. Soprattutto il tutto è eseguito senza l’utilizzo di sequenze e senza alcun contributo esterno rispetto alle parti eseguite dai musicisti. Il risultato è eccellente, coinvolgente, travolgente e stimolante per una delle realtà più interessanti in circolazione.
CALCINACCI – Noi
L’esordio del trio sardo evidenzia la qualità compositiva ed espressiva di una band che si dimostra già matura e sapiente nel ricercare e trovare una linea ben precisa a livello autoriale, ricca di personalità e caratteristiche distintive. Si muovono in diverse direzioni, assemblando new wave, indie pop, shoegaze, dream pop, perfino ritmi funk. Ricordano, non di rado, la bellissima esperienza degli Ustmamò ma hanno, in realtà, parecchie altre frecce al loro arco. Una partenza più che buona.
ELIAS CARUSO – Mine
Attivo da lungo tempo in ambito musicale (in particolare con i Tangram, con cui è cantante e chitarrista e ha pubblicato l’album “Cosmic Fruits” nel 2021 per Irma Records), il cantautore abruzzese propone quattro brani dal tratto elegante e raffinato, che riporta ad atmosfere che abbiamo imparato ad apprezzare negli anni Ottanta con gli Style Council ma senza alcun tratto nostalgico, anzi, risultando moderno e attuale, sia compositivamente che a livello di arrangiamenti. Un ep maturo e godibilissimo.
COLEEN – Almost too late to be here
L’esordio del giovane cantautore piemontese lo coglie già in piena maturità compositiva, alle prese con sonorità sospese, semi acustiche, che passano da ballate di gusto alt folk in stile Bon Iver, a momenti più veloci e agitati che portano talvolta alle atmosfere che furono care al Paisley Underground degli anni 80 (tra True West, Green On Red, Rain Parade e affini). Una partenza di sicuro valore ed effetto, interessante, spontanea ed efficace.
COMMA – Echi
Alla band pugliese piace spaziare tra atmosfere spesso lontane l’una dall’altra ma allo stesso modo speculari, con sferzate screamo, il rigore del math rock, le sospensioni post rock, l’irruenza post hardcore e noise, perfino momenti dal sapore quasi ambient. Un album che trasuda personalità e voglia di uscire dagli schemi abituali dei generi. Suonano bene, con il giusto approccio e un’ottima capacità di arrangiare costruzioni compositive mai particolarmente semplici. Molto interessanti.
CRAZY PARTY – Dreamscape Odissey
L’esordio della band sarda si immerge senza timori nel più classico hard rock (dagli Ac/Dc ai Deep Purple), non certo un ambito in cui è facile apportare particolari novità, proprio perché non le richiede né il quintetto sembra interessato a farlo. L’importante è approcciarsi alla materia con competenza, la giusta attitudine, la tecnica esecutiva necessaria. Tutte qualità che hanno e che rendono l’album molto godibile, ben composto, avvalorato da una produzione pulita ed efficace. Una buona partenza.
DON DIEGO TRIO – Too Many Miles
La carriera di (Don) Diego Geraci è lunga e apprezzatissima, in virtù di una capacità tecnica chitarristica di primo livello e di una vena comunicativa all’insegna dell’immediatezza, grazie al suo spaziare tra sonorità fruibili, divertenti, coinvolgenti, in chiave rockabilly, hillbilly, country, blues. Sono le atmosfere che permeano questo nuovo album (affiancato dal basso di Giulio Farinelli e la batteria di Mattia “The Cat” Bertolassi) con dodici brani condensati in mezzora di musica, tra cui il surf rock di Dr.Fuzz e una versione swingante di Kentucky Means Paradise di Merle Travis a chiudere il disco. Un lavoro godibile e realizzato alla perfezione.
PAOLO FIORETTI & The HOT COMBO – Blossoms
Il chitarrista marchigiano ci porta, con un meraviglioso salto temporale, in uno dei periodi più eccitanti della musica rock, quello a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, tra rhythm and blues, jive, boogie, rock ‘n’ roll, swing, non lontano dalle movenze recenti di PM Warson. A volte arrivano echi del primo Georgie Fame con i suoi Blue Flames, altre sembra ci si possa immergere nel magico mondo jazzy di Mose Allison, per poi volare in scatenati jazz blues alla Fats Domino o del Ray Charles tardo 50’s. Un album travolgente, fighissimo, divertente, fresco, irresistibile.
FLAME PARADE – Hollywood Stray
La band toscana ha scelto di registrare il quarto album a Bristol, con il produttore Ali Chant (Yard Act, King Hannah, The Murder Capital, Dry Cleaning), trovando un sound chiaro, pulito e atmosfere più solari, pur mantenendo un tratto malinconico/romantico di grande fascino. Nove eccellenti brani, di raffinata vena autoriale, che abbracciano un ampio scibile di influenze, da Arcade Fire a Yo La Tengo e Pavement, uno sguardo ai Velvet Underground e alle modalità compositivo/chitarristiche di Garaham Coxon, solista e nei Blur. Amalgamando il tutto con una sapiente dose di dream pop e shoegaze evoluto. Disco di pregevole fattura, destinato a svettare nelle classifiche di fine anno.
FORSE DANZICA – Pesci abissali
Il progetto dell’artista bergamasco, nato oltre un lustro fa, ci regala un nuovo album dalle caratteristiche molto personali e originali. Una forma di canzone d’autore moderna si unisce armonicamente con pulsioni elettroniche, atmosfere dream pop e ambient, con un gusto che talvolta guarda al post rock e a inflessioni prog (Stupide città di morti). Un album di grande spessore compositivo e spiccata attitudine sperimentale. Ottimo.
LA FOSSA DELLE MARIANNE – s/t
Un esordio anomalo e sorprendente, per quanto, di base, ricalchi sentieri sonori già calpestati, come quelli del post hardcore e post punk. Il discrimine sono le numerose concessioni ad atmosfere che guardano alla canzone d’autore italiana, utilizzando una strumentazione “classica” con fiati, archi e pianoforte, a braccetto con umori post rock e perfino prog (Reparto 77). Tanta carne al fuoco che potrebbe, in teoria, confliggere ma che invece si amalgama alla perfezione in un percorso ricco di personalità. Un lavoro più che interessante.
I GATTI DI ULTHAR – s/t
Il quartetto romano ha una storia breve, di recente formazione. L’esordio ci immerge in un mondo dalle tinte new wave goth anni 80 con testi che guardano al mondo oscuro di H.P.Lovecraft, Edgar Allan Poe, David Lynch (a cui è dedicato un brano). I riferimenti dichiarati sono a Cure e Ultravox ma negli otto brani si avvertono numerose altre influenze (da Garbo ai Viridanse, ai Bluvertigo) che permettono al disco di avere uno spessore e una qualità di alto livello. Una band che merita attenzione.
DAVIDE GHIDONI RESONANCE – Emergence of Shadow
Trombettista di caratura internazionale, con un impressionante curriculum di prestigiose collaborazioni, il musicista piacentino giunge a un disco solista ricchissimo di spunti e riferimenti. Un mondo sonoro che spazia dal jazz, al funk, al soul, il tutto prevalentemente strumentale, con uno sguardo al mondo delle colonne sonore e sprazzi acid jazz e fusion. Esecuzioni perfette, tanto groove e abbondanza di ispirazione. Disco più che ottimo.
GIOOGE – Verrà l’amore intorno a te
Il cantautore pugliese, nel suo quattordicesimo album, riprende il precedente lavoro “Les Enfants”, pubblicato in francese e caratterizzato da un filo conduttore che univa tutti i brani, questa volta con testi in italiano. Le tematiche, nella nuova veste lirica, non hanno connessioni, mentre la musica rimane fedele al suo classico cantautorato di impronta semi acustica, molto immediato, scarno ed essenziale. Come sempre un ottimo lavoro, frutto di passione e dedizione sincera.
KAIROSKILLER – Idea of A Man
L’esordio del quartetto torinese esplode in cinque brani durissimi, potenti, dalle atmosfere claustrofobiche, nervose, abrasive che guardano al post punk di Viagra Boys, IDLES, Yard Act ma non disdegnano echi emo cari a Placebo e Muse. La produzione attenta ne esalta le caratteristiche, la band è compatta, solida e coesa. Una partenza interessante e promettente.
LUISENZALTRO – Irragionamorevole
Quinto album per l’artista lombardo, che palesa una maturità compositiva e artistica di primissimo livello. Le canzoni guardano al pop ma con un piglio new wave che oscilla tra i migliori Bluvertigo (non a caso troviamo il sax di Andy Fumagalli in un brano) e la penna del compianto Paolo Benvegnù. Le otto canzoni sono raffinate, eleganti, con un fascino dandy che inevitabilmente riporta a personaggi come David Bowie, Bryan Ferry o David Sylvian (vedi in particolare l’allure che emana Satisexfashion). Un album semplicemente bello e di eccellente qualità artistica.
FEDERICO MALAMAN TRIO – Mist
Bassista, contrabbassista e arrangiatore, ha lavorato con la big band di Paolo Belli, collaborando inoltre con nomi dell’Olimpo della musica italiana come Lucio Dalla, Zucchero, Renato Zero, Giorgia, Mario Biondi, Elio e le Storie Tese, Ornella Vanoni, Antonella Ruggiero, Ron, Gianni Morandi, oltre a mostri sacri come Al Jarreau, Solomon Burke, Wilson Pickett. Nel suo terzo album è affiancato da ospiti prestigiosi come Paolo Fresu, Frank Gambale, Marco Scipione e Anatole Muster e dai fedeli Maxx Furian alla batteria e Leo Dalla Cort alle tastiere. Il risultato è un elegante mix di jazz, fusion e groove funk in cui convergono folate di Weather Report, Pat Metheny, Stanley Clarke, giusto per citarne alcuni. L’ascolto è gradevolissimo, l’esecuzione superba, le composizioni di altissima qualità. Perfetto.
METCALFA – Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song
L’interessante progetto di Metello Bonanno è un felice connubio di jazz ed elettronica, che va a confluire in una raffinata forma di fusion, che a tratti sfocia perfino in un gusto ambient e cinematografico, fino a sguardi al funk jazz (Seven Years). C’è tanta varietà stilistica, pur legata da un filo conduttore ben preciso, tecnica sopraffina e soprattutto una raffinatezza esecutiva che rende il lavoro pieno di stile e godibilissimo.
MITROPA EXPRESS / MAYBE WONDERS – Split ep
Split ep, due brani a testa, nel sempre splendido formato a 45 giri in vinile, per le due band venete. Punk rock spontaneo e urgente, venature power pop e i Ramones a benedire i quattro brevi e diretti episodi. La perfezione forse non esiste ma qui ci andiamo vicini.
NFF – Deviazioni
La band veneta si affida a un concept complesso, dalle tematiche oscure, declinate in chiave rock con un approccio espressivo molto teatrale. I riferimenti sono molteplici. C’è l’afflato “epico” delle interpretazioni dei primi Litfiba e Timoria, momenti più classici, ballate intense, sprazzi musicalmente più solari (Libertà di un pazzo). Un album che suscita interesse e volontà di approfondimento, ben fatto e calibrato.
NUHARA – Rama
I Nuhara operano una rigenerazione dei repertori della tradizione orale siciliana, basandosi su documenti raccolti sul campo a partire dagli anni Cinquanta. Un’operazione tanto ardita e innovativa quanto riuscita. Sono canti di carrettieri, mietitori, pescatori di tonni, alcuni dei quali documentati da Alan Lomax (che oltre a raccogliere i semi della tradizione blues americana, trascorse molto tempo anche in Italia a documentare le nostre musiche arcaiche e tradizionali). Michele Piccione (etnomusicologo polistrumentista), Federico Pipia (musicista elettronico e producer, anche noto con l’alias Pipya) e Gabriele Bazza (chitarrista e cantante specializzato in tecniche vocali tradizionali) mettono insieme le loro competenze ed esperienza, aggiungendo elementi elettronici ad antiche espressioni musicali, in un connubio tra tradizione e modernità che ci restituisce un mondo che necessita conservazione e divulgazione. Un suono tribale, primitivo, potente, forte, travolgente. Un disco importante.
LIZZIE THOMAS – This is Freedom
La cantante, cantautrice, produttrice New Yorkese firma l’ottavo album, ulteriore conferma del suo grande profilo artistico che la porta ad altissimi livelli interpretativi ed esecutivi. L’ambito sonoro abbraccia l’ampio scibile del soul con un’aggiunta abbondante di umori smooth jazz. Bellissima voce, atmosfere raffinate ed eleganti, lavoro di grande pregio.
NIC THE FREAK – Libertà
Il cantautore pugliese si è sempre mosso in grande libertà artistica, passando dal rock, al funk, alla canzone d’autore. Nel nuovo, breve, ep compie una nuova giravolta, in un omaggio sentito alla sua città natale, Bari, abbracciando il rockabilly in “Libertà”, il rocksteady ska in “Riprenditi”, lo ska punk nella conclusiva “Loving This Fuckin’ Town”. Il tutto eseguito con grande perizia tecnica e sapiente capacità compositiva. Più che ottimo, attendiamo sviluppi in questa direzione o, più probabile, un nuovo cambiamento.
OH! – We Come In Peace
I produttori piacentini Massimo Paramour e Gianluca Pighi tornano con un nuovo album che fonde alla perfezione un mondo, a questo punto, vintage, con un approccio moderno. Lo sguardo principale va alla new wave, al post punk, all’elettronica, al synth pop degli anni 80, tra Human League, gli Ultravox di “Vienna”, i Visage e tanto altro dell’epoca ma l’attitudine è moderna e attuale. A corredo un lungo elenco di ospiti alle voci a rendere il lavoro ancora più vario e intrigante, soprattutto originale e distintivo.
PETROSA – Roadburn Chronicles
Il quartetto fondato nel 2019 dal chitarrista Antonio Buonocuore si cimenta sugli sferraglianti binari dello stoner, ammantato da malefiche ballad doom, non disdegnando rabbiosi sguardi allo speed metal alla Motorhead (I For An I) e al blues più sporco e profondo (Rusty Blues). La band riesce ad uscire dai cliché del genere, puntando su una varietà stilistica non sempre frequente nell’ambito. Un esordio più che promettente, suonato alla perfezione con piena padronanza dei suoni e dello stile abbracciato. Ottimo.
PIP CARTER AND THE DEADS – Sacred Light
Claudio Luppi prosegue la sua incessante ricerca sonora nei meandri più profondi della psichedelia degli anni Sessanta, iniziata anni fa con una precedente incarnazione artistica come Pip Carter Lighter Maker (https://radiocoop.it/pip-carter-lighter-maker-treenity/). Anche il nuovo progetto poggia le fondamenta su quei suoni e riferimenti, pur spostandosi dalla West Coast americana verso dimensioni più inglesi, in particolare i primi Pink Floyd, il Barrett solista, freakbeat, baroque pop, o l’incrocio tra Colosseum e Doors di A Song for Dean. Il tutto declinato in chiave moderna e attuale, composto con creatività, freschezza ed evidente grande conoscenza della materia.
PORTAL MINDS – Animadvert Act 1
La giovane band torinese alle prese con un ep di cinque brani, in cui uniscono sonorità dure, di estrazione hard, con una visione artistica più ampia, dal tratto epico, che sa sfruttare linee melodiche accattivanti e avvolgenti che, a tratti, pescano anche nel folk. I brani sono ben composti, arrangiati e prodotti con cura, mai banali e sempre ottimamente eseguiti. Molto bravi.
THE QUADRATICS – Geometry & Theology
Si muove al perfezione, il quartetto trentino, in una magmatica pozione di punk, garage rock, rock ‘n’roll sporco e distorto, noise (Early Grave), power pop, lungo dodici brani che si spostano di volta in volta dai Radio Birdman all’hardcore (Panopticon), Husker Du (Trouble with Being Born) al post punk, tra le tante sponde toccate. Lo fanno bene, duri e convinti, con la giusta attitudine e carica. Disco di grande impatto.
RADIO DAYS – Off The Record
Continua imperterrita la strada dei favolosi Radio Days, alle prese con un nuovo scintillante album, in cui ribadiscono la qualità compositiva che li ha sempre contraddistinti e la personalità del loro sound, pur se consapevole debitore al miglior power pop (ambito in cui non è facile distinguersi con così tanto carattere). I riferimenti spaziano nel consueto universo dai confini labili del “non genere” in oggetto, dai Sixties a Knack, Big Star, Flamin Groovies fino a Buzzcocks, Undertones, Squeeze, primo Elvis Costello. Tanta energia, padronanza della materia, freschezza, un vero goiello.
RIFRAZIONE – Candy Says
Cover del brano del 1969 dei Velvet Underground.
L’omaggio è anche a una leggendaria rock band italiana i Not Moving e alla loro carriera , ospiti di eccezione infatti Antonio Bacciocchi alla batteria e Dome La Muerte alla chitarra.
La scelta del brano nasce dalla “ venerazione” che ci accomuna per la musica della band newyorkese.
“ Candy …dice” dedicata da Lou Reed alla transgender Candy Darling , parla del disagio e delle sue insicurezze nell’accettare il suo corpo ma ha tra le sue righe un significato ancora più profondo , quello di riconoscere ogni forma di diversità e le difficoltà che un essere umano può provare per farsi accettare.
Il brano registrato e mixato al Dunastudio vede anche la partecipazione di Morena Vasile alla voce e all’organo Hammond e di Ugo K Donia al basso e alla produzione.
Puoi ascoltarlo qui ![]()
https://open.spotify.com/int…/track/42UMcWfp770dWToPyeJeWW
Candy Says (feat. Dome La Muerte & Antonio Bacciocchi)
EMANUELE SCATAGLINI – Nothing and Foreboding
Un lavoro di difficile collocazione artistica, musicalmente debitore ad atmosfere classiche ma che si concede anche ad atmosfere care al primo prog, quello più lirico ed epico, pure ad ambient e folk. Suoni sospesi, eterei, minimali, vibrazioni cerebrali. Rimangono echi emotivi, intuizioni, tracce lontane che continuano a muoversi silenziosamente dentro chi ascolta. Originale, distintivo, elegante, raffinato.
SONG OF THE LIZARD – MAY 2, 2026
Registrazione di una live session di un solo giorno con sei brani, alla Buca Recording Studio di Montichiari (Brescia), a cura della nuova formazione (in procinto di sfornare il primo album) composta da Andrea Van Cleef, Alessandro Serioli, Mauro Maurer, Mauro Carraro. Un lavoro che si sposta agevolmente tra psichedelia, desert rock, con tuffi anche in atmosfere doom, fino a sfiorare i ritmi ipnotici del kraut rock (Heliobatis Radiants). Ben fatto, ricco di idee e spunti, perfetto prologo di un passo più importante e completo.
THE TEMPONAUTS – The Summer Rain Archive
Terzo album, in più di vent’anni di attività, per la band piacentina, che meriterebbe cento volte più di quello che ha raccolto in carriera, in virtù di un sound abbracciato con sincera passione quando in pochi ancora lo consideravano.
Il loro jingle jangle rock che parte da Byrds e Love ha sempre avuto un taglio personale, con ritmiche incisive e un’attitudine mutuata dal garage punk.
E’ la ricetta che ritroviamo in questi dodici magnifici brani autografi che splendono di vitalità, dinamismo, spontaneità, genuinità. Eccellente.
TEMPORALI – Violenza e sentimento
L’esordio della band sarda, di recentissima formazione, evidenzia fin da subito maturità e consapevolezza del proprio talento, soprattutto nel momento in cui si affida a un ambito sonoro in cui non é facile parlare un linguaggio originale. Ci riescono, spaziando senza problemi tra stoner, hard rock, metal, con canzoni in cui le influenze di Metallica e Queens of the Stone Age la fanno da padrone. Il risultato finale è ottimo, ben suonato, ottimamente composto, ricco di personalità. Molto interessante un’immagine che fa diretto riferimento alla tradizione della propria terra.
VENUS SHIP – Impossible Escape
Il collettivo bolognese ci dimostra come sia possibile essere eclettici senza perdere un filo conduttore unitario. Il nuovo ep di sei brani ne è un perfetto e virtuoso esempio, con una miscela di ritmi funk, soul, jazz, rock, retaggi afro, perfino New Orleans swing anni 30. Le ritmiche sono pulsanti, la sezione fiati è sempre portante, esecuzione frizzante, capacità esecutive eccelse, groove a profusione. Un lavoro di grande qualità e originalità.
GIULIA VESTRI – E non é tardi
La cantautrice toscana ha alle spalle una lunga serie di importanti premi e riconoscimenti, in virtù di capacità compositive e interpretative di livello particolarmente alto, perfettamente esplicitate nelle dieci canzoni autografe del nuovo album. Il tratto è spesso bluesy, l’approccio malinconico, pur se le tematiche affrontate nei testi non sono solo intimiste e personali ma affrontano spesso soggetti sociali e relativi ai diritti umani. Una dimostrazione di solida personalità per un progetto artistico destinato ad avere un sicuro felice seguito.
WASTED PIDO – Same Shit Everywhere
Ristampa in vinile, altrettanto gracchiante, dell’esordio su cassetta del one man band veneto. Sound abrasivo, punk rock, lo fi garage, blues crudo e cattivo, attitudine perfetta, per un album devastante, che guarda a Gun Club, John Lee Hooker, Junior Kimbrough, perfino ai primi Black Keys (The Model), psychobilly Crampsiano (Wolanka), al Tom Waits più alcolico (Eggs of Colombo) e una devatsnate cover di Smokestack Lightning di Howlin Wolf. Grandissimo.
WHIMISTICAL BEES – Forse per Vizio, Forse per Gioco
La giovane band faentina (nata nel 2023) è all’esordio discografico, dalle tinte spesso abrasive, dal taglio chitarristico, ricco di possenti ritmiche, pur non disdegnando momenti più pop, blues e intimisti. Il mondo in cui si muove incrocia post punk e grunge (e anche occasionali tuffi nel garage surf), avvicinandosi di volta in volta a band come Verdena o Teatro degli Orrori. Un album che gode di notevole varietà stilistica evidenziando maturità compositiva e un’ottima capacità espressiva.
YUPPIE FLU – Kings Without a Crown
La storica band anconetana torna con l’ultimo disco della carriera, cercando di superare la tragica scomparsa del compagno artistico Matteo Agostinelli, che prima di andarsene aveva lavorato a una serie di nuovi brani. Il resto della band li ha completati e, a diciotto anni dal precedente, ha dato alla luce un più che degno addio. Un album inevitabilmente commovente e struggente ma che ci consegna una band ad altissimi livelli, tra retaggi Beatlesiani, umori cari alla scena Brit con quel pop sognante alla Prefab Sprout, la pigra cadenza ritmica di Hold On che guarda a Damon Albarn con un insert hip hop, la bellezza delle atmosfere dream di Be Free Now (anche in questo caso attraversate da sguardi al rap). Un lavoro prezioso, incantevole, definitivo.



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