MOTUEKA – Chained Monkey
Chained Monkey
Written by Motueka
Recorded, mixed & mastered by Gerald Jans
At Noise Factory Studio
Label : I Dischi del Monollo
Video with Guglielmo Buzzelli, Paolo Orlandi
Directed & edited by Marco Napoli
Chained Monkey
Written by Motueka
Recorded, mixed & mastered by Gerald Jans
At Noise Factory Studio
Label : I Dischi del Monollo
Video with Guglielmo Buzzelli, Paolo Orlandi
Directed & edited by Marco Napoli
Come annunciato, il duo torna subito con un nuovo album, a due mesi dal precedente Mexican Sugar Dance, interamente in inglese. Le coordinate sonore non si discostano troppo dal consueto percorso, sempre poco circoscrivibile...
Il suo alt folk assorbe riferimenti inconsueti, come la poetica di E degli Eels o J Mascis dei Dinosaur Jr, con sguardi ai Pavement ma anche Yo La Tengo ed echi dei Velvet Underground.
Il pezzo è una rilettura potente e contemporanea di “What’s your Number?” dei Cypress Hill (2004), che a sua volta omaggiava “Guns of Brixton” dei The Clash (1979). Un viaggio sonoro che parte dal punk ’77 e approda a un rap crudo e ancora sorprendentemente fresco.
Sound elettrico e sparatissimo che guarda agli MC5 ma che ama anche gli anni Sessanta e Settanta più rock ‘n’ roll.
Prosegue imperterrita la felice carriera de Il Senato di Luca Re e Fay Hallam (affiancati da eccellenze della scena torinese, provenienti da Statuto e Sick Rose). Quattro nuovi brani che esplorano il prezioso mondo...
Padrone è il ritorno dei Tundra, singolo con cui la band racconta ruvidamente il sottile confine tra libertà e prigionia. Un brano che mastica rock alternativo e lo sputa fuori con rabbia, incalzando l’ascoltatore e chiedendo quanto è davvero disposto a perdere pur di sentirsi vivo.
“L’ombra del vento” esplora il tema della ricerca di identità e il contrasto tra il reale e l’ombra di ciò che si è. È un pezzo di forte impatto emotivo e sonoro, ideale per le rubriche che approfondiscono la musica rock e alternative di qualità nel panorama italiano.
La consueta amata vena psichedelica, che si unisce a suoni West Coast, blues contaminato (a tratti sembra di viaggiare nei solchi di “Supersession” di Al Kooper, Mike Bloomfield e Stephen Stills), il tardo beat italiano più impegnato e una dimensione rock classica di stampo anni Sessanta e Settanta.
Un brano potente e rock che riporta agli Who dei tardi Sessanta, sia ritmicamente che melodicamente, con un testo incisivo e profondo.
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