MANCINO – L’allergia alle cose che ho amato
Le canzoni sono scarne dirette, molto gradevoli, ben fatte, sincere, urgenti. Un bel disco.
Le canzoni sono scarne dirette, molto gradevoli, ben fatte, sincere, urgenti. Un bel disco.
La band genovese propone un album dalle tinte romantiche e malinconiche, con brani di ampio respiro strumentale, che in certi frangenti attingono dalla new wave anni Ottanta ma si lasciano andare anche ad atmosfere marcatamente elettroniche in altri momenti.
Il sound, strumentale, abbraccia visioni oniriche e sospese, dal taglio quasi ambient, e accarezza immagini di viaggi, dalla Scozia alla Catalunya.
Un’esperienza cerebrale, avvolgente, penetrante, primo capitolo di una trilogia che basa la successione delle note e la composizione su un’equazione matematica.
Lo stile è ormai acclarato e da lungo tempo riconoscibile, con groove ritmici mid tempo, ondeggianti, insinuanti, un uso sapiente di elettronica e suoni ambientali.
Album eclettico, pieno di spunti, influenze, personalità. dai testi lucidi, ironici, sarcastici e abrasivi.
Testi che passano dall’impegno sociale all’intimismo sentimentale su sonorità genericamente rap ma che assorbono moltissime altre influenze, arrivando anche alla canzone d’autore, al pop, cenni grime, brani tirati a cassa dritta.
“Alive” tesse trame malinconiche, romantiche, oscure, lungo dieci brani che attingono da folk e blues ma vengono filtrate attraverso un’attitudine alt pop.
Il nuovo lavoro lo coglie alle prese con la tradizione della canzone d’autore dialettale (e non) milanese con palesi influenze che spaziano da Giorgio Gaber a Enzo Jannacci, fino a I Gufi.
Il nuovo album, come da tempo cantato in siciliano, attinge dalle sue radici e da umori “africani” ma mischia il tutto con elettronica e avanguardia, osando, senza porsi limiti, spesso immerso in raga ipnotici, dai suoni ancestrali, in cui subentrano “disturbi” elettronici, parole, rumori.
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